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VISITA AL MUSEO DELLA VITA CONTADINA

Ultima modifica: domenica, 7 Aprile 2013

Il 21 marzo le classi I e II della scuola Primaria di Forgaria si sono recate in visita a Cjase Cocèl di Fagagna per scoprire come si viveva in Friuli quando i nonni erano bambini.

 

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Cjase Cocèl

 

La casa, un’antica abitazione rurale risalente in alcune sue parti al 1600, presenta la vita quotidiana e il lavoro contadino friulani di un’epoca che va dalla fine dell’Ottocento fino agli anni cinquanta circa del Novecento, prima cioè dei grandi cambiamenti avvenuti dagli anni sessanta in poi.

Il nome, Cjase Cocèl,  è riferito alla famiglia Chiarvesio, (soprannome Cocèl) che per lunghi anni vi ha abitato.

 

 

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La cjase

 

La cucina era il locale dove si svolgeva la vita domestica della famiglia friulana, la parte più importante della casa. E’ significativa la denominazione che l’ambiente prende in friulano: cjase cioè casa.

Al centro c’era un grande tavolo che ospitava la grande famiglia patriarcale di una volta. L’unico posto caldo della casa era il fogolâr che serviva anche per cucinare la pietanza fondamentale del tempo:  la polente.

Altro elemento importante della casa era il seglâr  fornito di tutti gli utensili del tempo.

La cucina del museo ha una forma quasi quadrata; le pareti sono imbiancate in modo rustico, cioè l’intonaco è stato dato direttamente sul sasso. Il soffitto è costituito da una trave rompitratta di castagno, che regge il tavolato di abete. Il materiale proviene dal recupero di abitazioni dello scorso secolo.

Il pavimento è di pedrât  piccolo, cioè realizzato con piccoli ciottoli rotondi, come il pedrât della cucina originale della casa.

 

Il fogolâr

Il fogolâr

 

 

Parte vitale della casa-azienda contadina friulana era la stalla (stale) non solo quale ricovero di animali domestici (mucche, buoi, manze, vitelli), ma anche luogo di incontro della famiglia o di più famiglie del borgo nelle sere d’inverno.

La stale

La stale

La più vecchia forma di letto era quello sui cavalletti (jet sui cavalets); per formare il letto vero e proprio venivamo messe delle assi di legno su cui si poggiava il materasso (stramaç): un grande sacco di tela riempito con le foglie secche del mais (scartos).

Il jet

Il jet

 

 

Le operazioni riguardanti l’utilizzazione della lana si effettuavano in ambito domestico. Soprattutto nei momenti di recessione molte famiglie tenevano una o due pecore per ricavare la lana da filare in casa.

La tosatura avveniva una o due volte l’anno con le forbici apposite, la lana del dorso e delle spalle più lunga e pulita si filava senza preventiva lavatura, mentre quella delle gambe, più sporca e scadente veniva prima lavata e poi cardata.

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La lane di piore

 

 

 

A Fagagna, alla fine del XIX secolo prendeva il via un’attività artigianale di grande importanza sociale, la Scuola Merletti ad opera della contessa Cora di Brazzà e del senatore Gabriele Luigi Pecile. L’iniziativa si rivelò notevolmente vantaggiosa per le giovani fagagnesi di allora che venivano a trovare un’occupazione redditizia e dignitosa.

La scuola ebbe vita rigogliosa fino agli anni ’50 circa e terminò, per una serie di mutamenti sociali ed economici intorno agli anni ’60.

 

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La scuele

 

 

Nel cûrtil spicca il pozzo, scavato a mano e profondo 12 metri.

Al centro del cortile è stato piantato un gelso (morâr) completamento usuale della casa colonica: forniva ombra in estate per i momenti di pausa dal lavoro; inoltre i gustosi frutti, le more, venivano trasformati in marmellata.

 

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Il cûrtil

 

Completamento della casa rurale era una bassa costruzione, un’area recintata, per allevarvi gli animali da cortile (gjalinâr). Il luogo ospitava polli, galline ovaiole, tacchini, anatre e oche e nelle stie i conigli.

Una piccola stanza (cjôt) era destinata al maiale.

Durante il giorno gli animali di bassa corte (pennuti) erano lasciati liberi nel cortile e nella vigna, dove trovavano nutrimenti naturali (erba, vermi…).  Alla sera rientravano nel pollaio che veniva rinchiuso, anche per preservarli da predatori notturni (donnole, faine, martore).

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Il gjalinâr

 

La fucina è la bottega del fabbro e del maniscalco. Nella stanza dalle pareti annerite dal fumo c’è le fusine, un focolare con mantice (fol, soflon), dove fra i carboni ardenti il fabbro arroventa il ferro da battere e lavorare sull’incudine (incuin) con martello e mazze di varie misure.

Un tempo gli oggetti di ferro rotondi venivano realizzati con stampi e controstampi,  che erano battuti da due persone oppure adoperando il maglio (mai), un martello a balestra azionato ad acqua e in seguito a motore

Il contadino frequentava spesso la bottega del fabbro. Questi infatti riparava le parti in ferro degli attrezzi agricoli e di tutti gli utensili necessari al lavoro e nella casa. Il fabbro inoltre era anche maniscalco: infatti preparava i ferri per cavalli, asini e mucche e li ferrava.

Il fabbro ferrava anche le ruote dei carri che il carradore (carîr) preparava in legno. I bambini hanno scoperto che dopo la scuola i bambini della loro età erano spesso impegnati ad aiutare i genitori nei lavori domestici o in fucina o nei campi.

 

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Il fari